COSTO DEL LAVORO IN ITALIA: MA L’ISTAT COME LI FA I CALCOLI?

Il fatto che in Italia il costo del lavoro sia circa pari a quello medio europeo (e superiore a quello inglese di quasi il 40%) non convince nessuno. Le tasse saranno alte, i contributi pure, ma per chiunque abbia lavorato in giro per l’Europa è veramente contro-intuitivo pensare che in Italia il costo del lavoro sia inferiore a quello tedesco di solo il 10%. Per questo ci siamo presi la briga di rifare i calcoli dell’Istat, confrontandoli con quelli pubblicati dal Mef l’altro ieri relativamente al gettito Irpef. E, sorpresa sorpresa, i conti non tornano. Infatti, otteniamo un range di stime che collocano il costo del lavoro in Italia su livelli molto più bassi. Livelli confrontabili con quelli di Spagna e UK nella fascia alta e di poco superiori a quelli della Slovenia nella parte bassa del range di stima.

Che l’Istat non brilli è un fatto risaputo. Trovare sul suo sito dati con un minimo di profondità storica e di dettaglio è come una caccia al tesoro e spesso il tesoro non si trova. Nelle statistiche internazionali su attrattività per il business, corruzione, … facciamo sempre una pessima figura in parte perché ce lo meritiamo ma in parte anche perché, a mio parere, l’Istat non è in grado di interloquire nel modo corretto con le agenzie internazionale che elaborano queste statistiche. Emblematico il caso del rapporto sulla corruzione al Parlamento Europeo da cui è emerso che il 50% del valore della corruzione complessiva nella Unione Europea è attribuibile all’Italia.

L’anno scorso su questo blog ci siamo occupati dell’errore negli indicatori di fiducia dei consumatori che si è poi riflesso su tutte le statistiche nazionali ed europee. Adesso vogliamo occuparci del costo medio del lavoro, rilasciato ieri da Eurostat per tutti i paesi europei. Il dato relativo all’Italia viene fornito da Istat.

Inutile ricordare il valore che il dato del costo del lavoro ha in tutte le statistiche di competitività del paese. Statistiche che possono orientare importanti decisioni di investimento da parte delle multinazionali o di riforme strutturali da parte di governo, Commissione Europea. In generale, influenza l’immagine del paese sia all’esterno sia all’interno.
Facciamo noi due conti.
L’ISTAT stima che il costo orario in Italia sia pari a 28,1 euro. Ma quanto fa all’anno? Dobbiamo moltiplicare questo valore per il numero di ore lavorate che l’Istat (in un’altra parte del sito) stima essere pari a 1.541, il risultato è un costo annuo di 43.302 euro!
Due osservazioni.

1. Ma quanti giorni lavoriamo in Italia? Ipotizzando 8 ore al giorno per 5 giorni alla settimana, l’Istat stima che i dipendenti italiani lavorino 192 giorni all’anno. Come fanno ad arrivare a questa stima è un bel mistero. In un anno ci sono 104 sab+dom e poi ci sono 12 giorni di feste, per un totale di 116 giorni. Da 365 giorni, scendiamo quindi a 249 giorni. Immaginiamo altri 26 giorni di ferie e scendiamo a 223 giorni. Aggiungiamo 12 giorni di permessi retribuiti e scendiamo a 211. Mancano 18 giorni all’appello. Un po’ troppi. E sinceramente di persone impiegate a tempo pieno che lavorano solo 192 giorni all’anno nel settore privato (il settore pubblico dovrebbe essere escluso da questi calcoli), alzi la mano chi ne conosce qualcuno.

La differenza non è da poco. Se contassimo 211 giorni lavorati da 8 ore, il costo orario si ridurrebbe a 25,6 euro/h = 43.302 euro / 1.688 h. Quindi, una bella riduzione del 9% rispetto alla stima di 28,1 dell’Istat.

2. Ma quanto guadagniamo in Italia? L’altra cosa che non torna è proprio il costo del lavoro. La cosa si capisce meglio se guardiamo al costo annuo, che l’Istat ipotizza pari a 43.302 euro. I contributi a carico del datore di lavoro sono il 28.1% della RAL (qui prendiamo la stima Eurostat/ISTAT), il restante 9,5% è a carico del lavoratore e si deduce dal suo imponibile. Quindi, la RAL implicita è pari a 33.803 euro, che su 13 mensilità fa una busta paga lorda di 2.600 euro. A questo punto il lavoratore paga i contributi (9,5%) e le tasse (25% medio per quel reddito) per un totale di 11.659 euro; ne deriva un reddito netto annuo pari a 22.154, cioè 1.703 al mese (per 13 mensilità). Il famoso cuneo fiscale (nella definizione del governo e dei giornali) è quindi mediamente pari a 21.158 euro, il 48,8%. Il lavoratore si troverà in busta paga meno di quanto abbiamo qui calcolato, perché bisogna dedurre un 7.4% di risparmio forzoso sotto forma di TFR. Ma questi sono soldi del lavoratore quindi non è corretto dedurli.

Queste sono le ipotesi implicite nel dato ISTAT. Ma la RAL media dei lavoratori dipendenti si aggira su 33.803 euro? Se prendiamo i dati appena messi a disposizione dal MEF relativamente all’Irpef pagata nel 2013, viene fuori che l’imponibile Irpef medio da lavoro dipendente in Italia è stato pari a 20,282 euro! La differenza rispetto al dato ISTAT è impressionante: sono quasi 14.000 euro in meno!
Anche prendendo l’Irpef pagata in Provincia di Milano dai lavoratori dipendenti, quindi una zona relativamente ricca del Paese, arriviamo ad un imponibile medio di 27.428 euro. Siamo a -6.000 euro medi rispetto al dato ISTAT.
I dati Irpef potrebbero essere viziati dalla presenza di lavoratori part-time, da persone che sono diventate disoccupate nel corso dell’anno e che quindi hanno contribuito solo per una parte dell’anno. Ma la differenza è troppo elevata.
D’altro canto, qui la stessa Istat riporta che la RAL annua media per lavoratore dipendente del settore privato impiegato a tempo pieno è di 23.316 euro nel 2011. Solo nel settore dei giornalisti (media 52.462 euro), dell’estrazione minerali energetici (38.919 euro), Energia e petroli (38.222 euro), Credito (36.605 euro) e Assicurazioni (34.878 euro) si guadagna mediamente di più di quanto indicato da ISTAT.
Quale stima utilizzare? Vediamo di essere di manica larga e usiamo la stima deducibile dalle dichiarazioni Irpef della Provincia di Milano: 27.428. A questo aggiungiamo il 28.1% dei contributi a carico dei lavoratori e otteniamo 35,135 euro di costo annuo del lavoro. Dividendo per il numero di ore lavorate stimate da ISTAT, abbiamo un costo orario pari a 22,8 euro all’ora. Se ricalcolassimo sulle ore lavorate ipotizzate sub 1), arriviamo ad un costo orario pari a 20,81 euro. Il costo orario del lavoro in Spagna è pari a 21.1 euro!
Se usiamo il dato minimo, pari a 20,282 euro, e aggiungiamo il 28.1% dei contributi a carico dei lavoratori, otteniamo un costo annuale pari a 25,960 euro. Dividendo per il numero di ore lavorate stimate da ISTAT, abbiamo un costo orario pari a 16,84 euro all’ora. Se ricalcolassimo sulle ore lavorate ipotizzate sub 1), arriviamo ad un costo orario pari a 15,37 euro. Il costo orario del lavoro in Inghilterra è pari a 20.9 euro e a Cipro di 17,2. Saremmo di poco sopra il livello della Slovenia che è a 14,6 euro!

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