IL PRINCIPIO DI “BUONA FEDE” DIETRO LE PRIME MOSSE DI POLETTI SU APPRENDISTATO E CONTRATTI A TEMPO

Non è ancora il Jobs Act nella sua interezza, ma alcune prime concrete misure dovrebbero diventare legge la prossima settimana. Si tratta della semplificazione dell’apprendistato e dell’operatività dei contratti a tempo. Qualcuno avrebbe preferito avere in contemporanea il varo del sussidio di disoccupazione o il contratto unico a tutele crescenti ma queste due misure prenderanno una strada diversa. Sarebbe stato bello ma, vista anche la complessità della materia, Renzi ha evidentemente preferito iniziare il tour europeo con qualche primo passo concreto verso la riforma “strutturale” del lavoro che l’Europa ci chiede oramai da parecchi anni e che fu inserita anche nella famigerata lettera che la BCE inviò al governo italiano nell’estate del 2012.

L’apprendistato, come ha chiaramente illustrato Renzi nella conferenza stampa, non è mai riuscito a decollare. Essendo convinti della validità di questo strumento, che in Germania invece funziona bene e secondo alcuni è uno dei pilastri del successo competitivo dell’industria tedesca, il governo ha correttamente deciso di intervenire sulla via della semplificazione. In primo luogo, la riforma Fornero prevedeva la necessità da parte dell’azienda di redigere un piano formativo che coprisse tutto il percorso dell’apprendista. Questo obbligo, difficile da assolvere per le piccole aziende artigianali, viene eliminato. Viene anche eliminata la regola per cui non si può procedere all’assunzione di nuovi apprendisti qualora i vecchi apprendisti non siano stati assunti. Ora, è chiaro che la semplificazione si può prestare all’abuso, ma finalmente si costruisce una legge sul principio della “buona fede”. In un paese abituato a complicare a dismisura le proprie leggi per prevedere tutti i casi possibili immaginabili, questa è una rivoluzione culturale.

Un discorso analogo vale per i contratti a tempo determinato. Le intenzioni della Fornero erano lodevoli, ma all’atto pratico hanno causato più danni che benefici, scoraggiando l’uso di questa tipologia contrattuale proprio nel momento in cui l’economia ne aveva il maggior bisogno. Ben venga quindi l’abolizione della “causale”, come già accade in Germania e nel Regno Unito. I contratti potranno essere estesi per 36 mesi e rinnovati fino ad 8 volte, senza più alcuna causale. Esiste ancora il limite del 20% (sul totale della propria forza lavoro) a cui si può comunque derogare nell’ambito della contrattazione collettiva. Ma non è chiaro se l’intervallo tra un contratto a termine e quello successivo rimane a 10-20 giorni, dai vecchi 60-90 della Fornero. Anche in questo caso, sono comprensibili le obiezioni sollevate da Tito Boeri e di chi vede spazio per abusi. Ma vale il principio della “buona fede”. In un momento di economia in crescita, non conviene al datore di lavoro “abusare” del contratto a termine. In una fase difficile come l’attuale, invece, bisogna consentire alle aziende di assumere senza imporre vincoli. Un 10% di datori di lavoro magari si comporterà male, ma il restante 90% è fatto di persone perbene. Se consentiamo di assumere, magari l’economia riparte e quel 90% di aziende perbene trasformerà i contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato. La scelta non è quindi semplicemente tra 100 lavoratori disoccupati oggi e 100 lavoratori occupati a tempo determinato. Perché i 100 lavoratori a tempo determinato oggi potranno diventare domani 90 occupati a tempo indeterminato

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