LE INCRINATURE SUL VASO CINESE

Oggi le borse hanno tremato a causa dell’indice Pmi manifatturiero cinese di gennaio che per la prima volta da sette mesi indica una contrazione economica. Abbiamo trattato diverse volte su questo blog le perplessità che iniziano ad accumularsi sullo stato reale dell’economia cinese. Nel post “L’anno del coniglio di giada” (vedi qui) abbiamo analizzato la pericolosità delle dinamiche creditizie, che passano peraltro per uno shadow banking system che definire opaco è un complimento. Negli ultimi 6 mesi la banca centrale cinese è dovuta intervenire due volte, prima in giugno e poi in dicembre, sul mercato interbancario per riportare alla normalità tassi che erano schizzati fuori controllo.
Le preoccupazioni sul sistema creditizio cinese sono sempre state attenuate dalla forza dell’economia cinese. Il ragionamento è in sostanza il seguente: l’economia è in rallentamento ma stiamo parlando sempre comunque di un tasso di crescita del 7% o superiore. Con un tasso di crescita di queste dimensioni e con le riserve valutarie che sono state accumulate in passato si possono facilmente assorbire sofferenze e perdite anche considerevoli nel sistema bancario.
Il ragionamento si regge però esclusivamente sul presupposto di un tasso di crescita elevato. Se il tasso di crescita dovesse ridursi a livelli americani o addirittura diventare negativo, come ogni tanto accade a tutte le economie, il castello di carta crolla. Dopo decenni di crescita a doppia cifra, le pratiche di concessione crediti sono sicuramente impostate su criteri molto “tolleranti”. Qualunque sistema finanziario rischierebbe di collassare. In Cina abbiamo due fattori potenzialmente peggiorativi. Il primo è l’assenza di un mercato finanziario maturo. Essendo tutto banco-centrico, è necessariamente in atto un gigantesco meccanismo di trasformazione delle scadenze. Il secondo è il modello di crescita della Cina, basato sugli investimenti e quindi su impieghi con ritorni a lunghissimo termine.
Ecco quindi perchè oggi le borse mondiali hanno tremato: la Cina ha sempre riserve valutarie enormi, ma se un rallentamento più pronunciato di quello previsto dovesse portare ad una crisi creditizia, non è da escludere che anche la Cina conosca il significato vero del termine “recessione”.
Vista l’importanza della Cina per l’Asia, per i paesi emergenti esportatori di materie prime e più in generale per l’economia mondiale, un tale scenario sarebbe più che sufficiente per rovinare le uova nel paniere a chi (come noi) spera che si stia finalmente uscendo dalla crisi iniziata nel 2007. Il mondo ormai è troppo grande perchè l’America possa trascinare da sola la crescita di tutti gli altri. Anche perchè la crescita negli USA non è più comunque quella della goldilock economy dei tempi di Greenspan, come i dati macro usciti oggi hanno testimoniato.

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